Non solo in Libia. Come nasce l’asse tra Berlino e le quattro potenze emergenti
Otto giorni di raid aerei sulla Libia non riescono ancora a celare del tutto la crisi di comando europea e americana. Nel Vecchio continente, oltre ai dissidi tra i “volenterosi” sul ruolo da attribuire alla Nato, pesa il peccato originale della Germania che si è astenuta sulla risoluzione Onu alla base dell’intervento. “Fin dall’inizio non abbiamo nascosto il nostro scetticismo verso un intervento militare – ha ribadito ieri il ministro degli Esteri di Berlino, Guido Westerwelle – A prescindere dalle vittime, ci chiediamo anche cosa succederebbe se gli attacchi aerei non ponessero fine alla guerra civile”.

Otto giorni di raid aerei sulla Libia non riescono ancora a celare del tutto la crisi di comando europea e americana. Nel Vecchio continente, oltre ai dissidi tra i “volenterosi” sul ruolo da attribuire alla Nato, pesa il peccato originale della Germania che si è astenuta sulla risoluzione Onu alla base dell’intervento. “Fin dall’inizio non abbiamo nascosto il nostro scetticismo verso un intervento militare – ha ribadito ieri il ministro degli Esteri di Berlino, Guido Westerwelle – A prescindere dalle vittime, ci chiediamo anche cosa succederebbe se gli attacchi aerei non ponessero fine alla guerra civile”. Parole che si aggiungono alle critiche alla “no fly zone” arrivate in questi giorni dal “quadrilatero della non interferenza”, come lo ha definito ieri su Repubblica Federico Rampini. Un quadrilatero ai cui vertici si trovano i paesi Bric – Brasile, Russia, India e Cina – ovvero le quattro principali potenze economiche emergenti che per la prima volta da “club economico”, scrive Rampini, si trasformano in “alleanza diplomatica” e prefigurano “un’alternativa alla coalizione” euroamericana.
L’asse tra Berlino e paesi emergenti, diventato patente nel caso del conflitto libico, si va in realtà rinsaldando da tempo su alcuni dossier fondamentali. Si prenda il tentativo della comunità internazionale, negli ultimi due anni, di offrire una risposta comune alla crisi economica. Secondo molti analisti, all’origine della recessione non vi sarebbero soltanto gli eccessi di Wall Street, ma anche gli squilibri globali, ovvero l’ingente deficit delle partite correnti americane al quale corrispondono i larghi avanzi dei paesi emergenti (Cina in primis). Così si spiega la decisa campagna dell’Amministrazione Obama per la rivalutazione dello yuan, per esempio, e in generale per la riduzione della dipendenza delle potenze emergenti dall’export. L’iniziativa americana, che ha monopolizzato buona parte delle discussioni in sede di G20 dal 2009 a oggi, è stata finora respinta dai paesi Bric, alla testa dei quali si è posta però proprio la Germania. A fine 2010, al G20 di Seul, furono per primi i diplomatici di Berlino, consapevoli dell’importanza delle esportazioni per la loro economia, a respingere l’ipotesi di target numerici da rispettare per ridurre l’avanzo delle partite correnti. Già in quel caso la Germania preferì giocare di sponda con i Bric per contrapporsi a Europa e Stati Uniti: “Le alleanze, le importanti relazioni bilaterali e anche la solidarietà all’interno dell’Ue non sono insostituibili”, ha detto al New York Times Constanze Stelzenmüller, senior fellow del German Marshall Fund, agiungendo: “La politica oggi è fondata sulle transazioni e le nostre alleanze non sono più la variabile decisiva per le decisioni chiave”.
Un altro caso sintomatico è quello della riforma della governance economica globale. Oggi tra i primi dieci azionisti del Fondo monetario internazionale figurano tutti i paesi Bric – la Cina è al terzo posto dietro Stati Uniti e Giappone – con annesso aumento dei diritti di voto, e quindi di voce in capitolo sulle decisioni. Un assetto fortemente voluto dal multilateralista Obama e che è costato il ridimensionamento dell’Europa in seno alla principale organizzazione internazionale economica. Ridimensionamento dell’Europa – con i rappresentanti europei nel cda del Fmi diminuiti da 8 a 6 – ma non della Germania. Berlino si è infatti schierata a favore del rafforzamento degli emergenti e non si è neppure offerta di “co-gestire” il suo seggio assieme ad altri paesi dell’Ue, come per esempio fa l’Italia. Né a Washington dimenticano le ruvide dichiarazioni di Berlino contro la politica monetaria espansiva della Fed, arrivate lo scorso anno in contemporanea alle critiche mosse agli Stati Uniti dai Bric, che per primi indicarono nel dollaro la causa originaria di una “guerra valutaria mondiale”. “La realtà è che la Germania si vede sempre più tedesca e meno europea – dice al Foglio Domenico Lombardi, presidente dell’Oxford Institute for Economic Policy – e la pragmatica alleanza con i grandi paesi emergenti, asiatici in particolare, è finalizzata a garantire la sostenibilità del suo apparato economico-industriale, fortemente presente in Asia”.